” Quello che io vorrei è un mantello bleu color del lago di Pallanza alle quattro del pomeriggio…” Eleonora Duse

Su Eleonora Duse: belle sono le parole che le dedicò Charlie Chaplin. La vide recitare nel febbraio del 1924, due mesi prima della morte, in La porta chiusa e così la ricorda:<<Evidentemente è una donna molto vecchia e non fa nulla per nasconderlo>> tuttavia <<è la più grande artista che abbia mai visto ed è arrivata a un tale punto nell’arte della recitazione che ciò che chiamiamo tecnica non esiste più.>>

 

Fra i tanti studi dedicati a “la signora”, come la chiamavano semplicemente a teatro, quello scritto da Doretta Davanzo Poli, studiosa di storia della moda, segue l’attrice attraverso i vestiti e i costumi.

Eleonora, nipote di un celebre attore veneziano, nasce in una famiglia di teatranti discendenti meno gloriosi del capostipite. Sarà povera fino a che non diventerà quella straordinaria interprete conosciuta in tutto il mondo. Nei primi anni della sua carriera, quando è già stata sciolta la compagnia del padre, com’era d’uso erano a suo carico gli abiti di scena. Era così malvestita che la grande Giacinta Pezzana che l’aveva voluta nella sua compagnia le aveva prestato per andare in scena una giacchetta da notte e una gonna, che le stava pure corta. Nel 1877 a Napoli durante uno spettacolo viene notata da Martino Cafiero, direttore del “Corriere del Mattino” che scrive:<<ha una vesticciola bianca, meschina, il nastro azzurro è sbiadito, il colletto di merletto è sfilacciato.>> Più avanti Eleonora resterà incinta di Cafiero che la lascerà al suo destino, scrupoloso “osservante” – bisogna dire – della legge del tempo che proibiva agli uomini di riconoscere i figli nati fuori dal matrimonio e anche qualsiasi indagine sulle paternità. Eleonora purtroppo perderà presto questo primo piccolo che aveva lasciato a balia e per tutta la vita rivivrà il dolore della sua scomparsa, nelle parti di madre. Come in Cenere del 1916, l’unico film dove la vediamo, di cui è sceneggiatrice, protagonista e per gran parte regista.

 

Per la scena, la Duse non adotterà mai alcun trucco né userà gioielli. Geniale modernizzatrice, antesignana della recitazione realista, aveva uno spiccato gusto per i costumi, definibili più simbolici che naturalistici. Le dava sicurezza avere dei bei costumi di scena. Alla fine dell’Ottocento Ugo Ojetti, osserva che se: <<durante la giornata il suo vestire era trasandato … con bluse male abbottonate, gonne male agganciate, un guanto giù e uno su, indifferente al giudizio di tutti. A teatro era un’altra, accurata, vigilata.>>

 

Secondo la sua studiosa è nella rappresentazione delle opere di D’Annunzio dove raggiunge il massimo del kitsch teatrale. La straordinaria artista si era innamorata di D’Annunzio che aveva i denti marci, era più giovane di lei e pure più piccolo di statura, esibiva un ciuffetto di capelli sulla fronte e aveva di interessante – fisicamente parlando – solo gli occhi azzurri, la vivacità insonne dovuta alla stricnina e una splendida voce. Era stata attratta dall’uomo ma ancora di più dall’autore, al quale chiedeva il sodalizio artistico che sperava le avrebbe portato nuovi testi da metter in scena. Quando queste opere arrivarono, la Duse, primattrice, regista e impresaria, vi profuse un sacco di soldi. Per la Francesca da Rimini – opera che sarà fischiata, in Italia – il costo complessivo della messa in scena, costumi, musica e scenario fu di un miliardo e 321 milioni di vecchie lire, per i nostri giorni. La parentesi d’annunziana che verso il 1904 era già chiusa, la coprì di debiti che solo un duro lavoro di tournee in giro per il mondo riusciranno a risarcire.

 

E’ in questi anni di primo Novecento quando <<si è ormai tolta di dosso fin l’ultima sfumatura dell’indigenza >> che Eleonora esibisce una estrema raffinatezza, una eleganza vera e senza pacchianerie.

 

Nel 1904 spende 13 milioni di vecchie lire per un mantello. Scrive a Caramba (pseudonimo di Luigi Sapelli):<<Quello che io vorrei è un bleu color del lago di Pallanza (oh ricordate?) alle quattro del pomeriggio>> Lo scenografo annota nel suo diario di essere arrivato alle 17 ma che il lago lo aveva aspettato senza cambiare colore.

In questi anni si rivolge per i suoi abiti di scena e fuori scena a Jean Worth padrone della maison, fondata dal padre Charles nel 1865, dove lavorava Poiret di cui ammiriamo un soprabito in taffetà con maniche a chimono e collo ‘alla Medici’.

La Worth si occuperà anche dei costumi di La città morta di D’Annunzio, messa in scena dalla Duse nel 1901. Fra il 1907 e il 1908 da Bellom acquista capi per 53 milioni di vecchie lire e dalla Redfern parigina a Firenze altrettanti capi di vestiario per 60 milioni. Sono di Bellom questi soprabiti . Il primo in velluto nero ricoperto di perline vitree argentate e il secondo di raso nero con bordure di velluto nero a righe bianche e gialle, ricami a punto smock in vita e sulle spalle, fodera di chiffon giallo. Mariano Fortuny le dedicò un modello “Eleonora” di velluto rosso stampato in oro di linea dritta con pannelli di raso rosso plissettati ai lati. Sono pure firmati Fortuny i costumi di scena del 1909-1915, la veste di velluto di seta azzurro per La donna del mare , confezionata con due soli grandi teli, scollo tondo, ampie maniche foderata di taffetà ciclamino, una tunica di gros de Tours di seta nera stampato in oro realizzato con sei teli collegati da ricami traforati sottolineati da perline di Murano. I primi Fortuny del 1907 sono due tuniche sfoderate di crespo di seta bianco avorio stampate l’una in oro l’altra in argento, presumibilmente abiti di scena. Ritornerà sulle scene, dopo gli anni di sospensione, e chiederà alla pittrice Natalja Goncarova di disegnarle l’abito di scena per La donna del mare ,1920.

Articolo e ricerca fotografica di Donatella Massara

 

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